
Ricordate il biennio 2021-2022? Sembrava impossibile navigare online senza inciampare in tre lettere: N-F-T. Ci veniva promessa una rivoluzione copernicana per il mondo del gaming. Parole come “proprietà digitale”, “play-to-earn” e “metaverso” venivano sbandierate come il futuro inevitabile del nostro hobby. La promessa era allettante: non solo giocare, ma guadagnare giocando, possedendo realmente ogni singolo oggetto digitale conquistato con fatica.
Oggi, quel frastuono assordante si è trasformato in un silenzio quasi imbarazzante. I progetti più sbandierati sono implosi, i grandi publisher hanno fatto marcia indietro e la community di giocatori, che non ha mai veramente abboccato, tira un sospiro di sollievo.
Ma cosa è successo esattamente? Perché una tecnologia presentata come rivoluzionaria è stata rigettata con tanta forza? Questo non è un articolo nostalgico. Questa è un’analisi critica e senza peli sulla lingua di una delle più grandi bolle speculative che l’industria del gaming abbia mai visto, e una riflessione su cosa, realisticamente, rimane tra le macerie.
La Promessa Illusoria del “Play-to-Earn”: Un Castello di Carte Digitale

Il cavallo di Troia con cui gli NFT dovevano conquistare il gaming era il modello Play-to-Earn (P2E). L’idea, in superficie, era semplice e geniale: gioca, ottieni oggetti sotto forma di NFT e poi vendili sul mercato per denaro reale. Giochi come Axie Infinity sono diventati il simbolo di questo movimento, ma dopo il picco iniziale la loro economia interna è collassata, lasciando innumerevoli “giocatori” con token digitali ormai privi di valore.
Il problema? Il modello era economicamente insostenibile, basato su un principio pericolosamente simile a uno schema Ponzi. Il valore degli asset non derivava da un’utilità reale o dal divertimento, ma dalla costante necessità di nuovi giocatori/investitori che, entrando, compravano gli NFT dei giocatori precedenti. Quando l’afflusso di “nuova liquidità” si è interrotto, l’intero ecosistema è crollato su se stesso.
Il Gioco come Lavoro Alienante
Il modello “Play-to-Earn” non era “gioca per guadagnare”, ma “investi per avere la possibilità di guadagnare”. Il divertimento non passava in secondo piano: veniva completamente annullato. Il gioco si trasformava in un ‘grind’ alienante, un secondo lavoro non retribuito dove ogni azione era dettata non dal piacere, ma dalla necessità di ottimizzare un potenziale, e spesso illusorio, guadagno. Ha snaturato l’essenza stessa del videogioco.
Quando i Giocatori Dicono “Basta!”

Mentre i modelli P2E crollavano, i grandi publisher tentavano un’altra via: integrare gli NFT nei giochi Tripla A. L’esempio più eclatante e disastroso è stato Ubisoft Quartz. Il motivo di tale insistenza era chiaro: vedevano una nuova, enorme fonte di guadagno, creando mercati secondari su cui applicare commissioni e vendere asset a prezzi da collezionismo.
La reazione della community fu glaciale. I giocatori non videro una “rivoluzione della proprietà”, ma l’ennesimo, famelico tentativo di monetizzazione. Dopotutto, qual è la differenza sostanziale tra un NFT e una skin rara su Steam? In teoria la decentralizzazione, ma in pratica l’utilità dell’NFT restava legata al server del gioco, annullando il vantaggio e facendolo percepire solo come una versione più speculativa di un sistema già esistente. A questa percezione di avidità si aggiunse una critica tecnica e morale: l’enorme consumo energetico richiesto da molte blockchain. L’idea di inquinare il pianeta per certificare l’unicità di un paio di pantaloni digitali in un videogioco fu, per molti, la goccia che fece traboccare il vaso.
Questa levata di scudi non è un caso isolato, ma si inserisce in un contesto di crescente insofferenza verso pratiche percepite come anti-consumatore, un sentimento che abbiamo analizzato anche parlando della gestione dei DRM e del nostro no categorico ai preordini.
Cosa Resta Oggi? Dal Fumo della Speculazione a un Timido “Play-to-Own”
La bolla è scoppiata. Dobbiamo quindi dichiarare la tecnologia blockchain e gli NFT completamente inutili per il gaming? Forse non del tutto. L’idea che sopravvive, seppur in una nicchia, è quella del “Play-to-Own” (P2O), dove l’obiettivo non è il guadagno, ma la vera proprietà e l’interoperabilità. Immagina di sbloccare un’armatura rara in un RPG e di poterla usare in un altro gioco dello stesso publisher.
Ma questo modello ha qualche possibilità reale? A lungo termine, forse, ma si scontra con ostacoli enormi. Richiede una collaborazione senza precedenti tra sviluppatori e una volontà dei publisher di cedere controllo sui loro ecosistemi, una prospettiva a dir poco improbabile oggi. La tecnologia esiste, ma il modello di business che la renderebbe desiderabile per i giocatori è in conflitto con quello che massimizza i profitti delle aziende.
Play-to-Earn vs Play-to-Own
Play-to-Earn (Fallito): L’obiettivo è il profitto. Il gioco è il mezzo per speculare su asset digitali. Il valore è legato all’hype e all’ingresso di nuovi investitori.
Play-to-Own (Potenziale): L’obiettivo è il possesso. Il gioco resta al centro. Il valore è legato all’utilità, alla rarità e all’affezione per un oggetto che è veramente tuo.
Conclusione: Una Lezione Amara per l’Industria
Il grande esperimento degli NFT nel gaming non è stato una rivoluzione. È stata una bolla speculativa, un tentativo maldestro di cavalcare un hype finanziario ignorando ciò che i giocatori desiderano: giochi divertenti. Non tutti i progetti erano truffe in senso stretto, ma quasi tutti si basavano su modelli economici insostenibili destinati a fallire.
Il fallimento degli NFT è una lezione preziosa, l’ennesima prova di come il peso eccessivo dell’hype possa portare a disastri. Ha dimostrato che la community è più attenta di quanto molti dirigenti credano. Quindi, come giocatore, dovresti interessarti alla blockchain oggi? Dal punto di vista del gameplay, la risposta è un secco no. Non esiste un’applicazione che renda un gioco intrinsecamente migliore. È più saggio concentrarsi sulla qualità del gioco stesso, un principio che applichiamo anche nella nostra critica alla morte delle recensioni al Day One.
La “rivoluzione” è stata rimandata, forse per sempre. E onestamente, va bene così. Ora, torniamo a parlare di giochi.
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