
Facile la vita del portalettere negli USA, così dicono. Prendi la lettera, porta la lettera, consegna la lettera, e sei anche tutelato e protetto da un corpo di polizia specifico per la posta. Ma nell’universo di Death Stranding, le cose sono un pochino diverse: c’è l’apocalisse, le anime dei defunti sono tornate per cercare di reimpossessarsi dei propri corpi finendo col creare ulteriore distruzione e morte, la civiltà è al collasso, non ci sono più infrastrutture, la gente, presa dalla paura, si è isolata in villaggi o bunker sotterranei, mentre altri sono diventati predoni e vagano in giro per derubare o uccidere o entrambe le cose. Con queste premesse, ecco che la vita del portalettere non sembra più tanto appagante o semplice…
Ma il motto dei postini recita “né la neve né la pioggia né il caldo né l’oscurità della notte fermano questi corrieri dal completare rapidamente il proprio giro”. I pacchi vanno consegnati. La posta in gioco è troppo alta: il destino dell’umanità stessa.
Bartolini Simulator? Forse…

In Death Stranding il giocatore vestiva i panni di Sam Porter Bridges, un coraggioso corriere il cui compito era attraversare gli Stati Uniti d’America – o quel che ne rimaneva in questo mondo post-apocalittico – per consegnare attrezzatura sensibile, farmaci, materiali e quant’altro con l’obiettivo di riconnettere le persone, ristabilire le infrastrutture, e combattere contro le cosiddette CA, le Creature Arenate, le anime dei defunti che vagano in giro silenziose e invisibili pronte ad aggredire chiunque passi nelle loro vicinanze. Sam, tuttavia, non era una persona normale: aveva una condizione chiamata DOOMS, che gli permetteva di vedere per l’appunto le CA, cosa che gli dava una marcia in più per poter affrontare il suo lavoro, purché fosse collegato a un BB, un Bridge Baby. Un po’ confusionario? Certo, ovviamente c’è molto di più, ma tanti dettagli e molte spiegazioni le abbiamo volutamente omesse, perché sono appunto raccontati tutti all’interno di questo incredibile gioco. Il suo seguito riparte proprio circa un anno dopo dalla fine di questo primo capitolo: Sam ha ricollegato il vecchio territorio degli USA, ormai denominata United Cities of America, e scompare dalla circolazione con Lou, il suo BB, per poter vivere una vita possibilmente felice, ma viene intercettato da alcune sue vecchie conoscenze pregandolo perché faccia altrettanto con il Messico e l’Australia e scongiurare l’estinzione dell’umanità. Come poter dire di no?
Essendo un “more of the same”, come abbiamo già detto, Death Stranding 2 è sostanzialmente simile al predecessore, ma con una importante differenza. Se nel gameplay è migliorato, il suo tallone d’Achille più grande è relativa alla parte narrativa: se nel primo si veniva spinti dalla curiosità di capire cosa fosse il Death Stranding che ha causato tale Apocalisse, lo stesso non si può dire di questo secondo capitolo. Il fascino del mistero è praticamente scomparso, e Death Stranding 2 non è in grado di rimpiazzare questa lacuna, ma si limita ad avere un buon racconto e nulla più. Per quanto riguarda il gameplay, il cuore del gioco rimane praticamente inalterato. Definendolo “simulatore di corriere”, come alcuni l’hanno candidamente soprannominato, non si va molto lontani dalla realtà, ma chiaramente, se è diventato un gioco culto e amato, c’è molto più di quanto possa sembrare in apparenza da un simile nomignolo. È pur sempre vero che (come in molte fetch quest degli RPG, ammettiamolo), in generale, il protagonista deve portare qualcosa da un punto A ad un punto B, ma la vera e grande differenza rispetto alla stragrande maggioranza degli altri videogame è il modo in cui è gestito l’inventario del protagonista. Se nella maggior parte dei giochi gli oggetti raccolti e accumulati nell’inventario vengono posti “da qualche parte” (il cosiddetto Hammerspace), in Death Stranding è totalmente diverso: ogni oggetto è posto all’interno di appositi contenitori, ciascuno con un proprio peso e una propria dimensione, i quali verranno a mano a mano aggiunti nello zaino del protagonista quando li si raccoglie, visivamente accumulandosi sulla schiena. Questo non è un semplice orpello estetico, perché più il protagonista è carico, più i suoi movimenti diverranno imprecisi, sbilanciati, faticosi, e per di più il carico trasportato non è immune alle cadute, e può anche rompersi del tutto, facendo fallire la missione o perdendo la ricompensa associata. Anche il terreno su cui si andrà a camminare influirà su questa meccanica: strade pietrose faranno perdere l’equilibrio più facilmente, carichi troppo pesanti renderanno difficili percorrere strade con dislivelli importanti, carichi troppo squilibrati renderanno difficili movimenti di precisione, aumentando il rischio di, ad esempio, non riuscire a fermarsi in tempo vicino a un dirupo. In un mondo sconnesso e privo di infrastrutture, la strada da percorrere va ovviamente ottimizzata. Montagne, deserti, strade non asfaltate, ruscelli o fiumi sono tutti ostacoli naturali che il buon Sam dovrà avere a che fare, ma fortunatamente può essere equipaggiato anche con specifiche attrezzature per rendergli il compito più semplice. All’inizio sarà dotato di scale e pioli per salire o scendere agevolmente da dirupi o pareti troppo scoscese, per poi ottenere dispositivi per creare veri e propri ponti per attraversare anche il più impervio dei fiumi, per finire poi per ottenere veri e propri veicoli, esoscheletri o altri strumenti.
Cercare la strada migliore da intraprendere è parte del fascino di Death Stranding 2. A volte la strada più breve non è quella migliore, perché magari passa per un campo di banditi o terreni troppo pericolosi. Ma anche fare una strada troppo lunga pur di evitare i pericoli può essere un problema, non solo per via della stamina di Sam (il quale deve comunque dormire e farsi una doccia almeno ogni tanto nei posti sicuri), ma anche per le frequenti precipitazioni di cronopioggia, un altro pericoloso fenomeno paranormale che il Death Stranding ha portato sulla Terra. Questa pioggia, la quale invecchia letteralmente tutto ciò che bagna, si può considerare come una vera e propria pioggia acida, la quale corrode a poco a poco le casse che si stanno trasportando, con tutte le conseguenze del caso. Ci sono pur sempre delle contromisure che si possono adottare per affrontare anche questo peculiare pericolo, ma, come tutto in Death Stranding 2, vanno adottate in anticipo. Purtroppo, come se non bastasse la crudele Natura, Sam dovrà guardarsi le spalle anche da ben tre fazioni: gli umani, rappresentati dai banditi; le già citate CA; e per ultimo, i mecha, misteriose macchine robotiche comandati da una vecchia conoscenza e riesumata per vendicarsi delle gesta fatte dal protagonista in passato. Ognuna di esse avrà resistenze e vulnerabilità ben specifiche e andranno affrontate in maniera diversa l’una dalle altre. Se ad esempio un accampamento di banditi potrà essere studiato da lontano e al sicuro, lo stesso non si può dire con le Creature Arenate, perché possono essere viste solo entro una certa distanza.
Se comunque la parte di trasporto e di movimento è curatissima, la parte shooting invece è nella media, è semplicemente funzionale all’esperienza e non offre niente di nuovo. Prima di ogni avventura, è bene equipaggiarsi con i ferri adatti per affrontare le sfide che si andranno a trovarsi. Ogni arma ha infatti pro e contro importanti e sono efficaci in determinate situazioni e contro determinati nemici, altre sono invece del tutto inutili o non molto adatte. Naturalmente dal papà di Metal Gear non poteva mancare una componente stealth, perfetta per chi vuole giocare d’astuzia e non dover ricorrere alla forza bruta. Il gioco infatti fornisce al giocatore diversi strumenti per potersi sbarazzare degli umani senza doversi esporre a inutili rischi, come fucili narcotizzanti, corde per legare come salami, Dollman (la bambolina che sicuramente avrete visto nei trailer) che può essere usato come un drone per vedere la situazione dall’alto e molto altro ancora. Tuttavia, Death Stranding non è propriamente un gioco single player nel senso stretto del termine…
Chi non consegna in compagnia…

Proprio come il predecessore, Death Stranding 2 possiede una meccanica di “condivisione” delle risorse e delle infrastrutture, un’affascinante meccanica che permette al proprio Sam di poter usufruire ciò che gli altri Sam (degli altri giocatori) hanno fatto in precedenza. Ad esempio, una scala che avete piazzato in precedenza può essere vista da qualche altro giocatore, che potrà usarla a suo piacimento, e potrà anche ringraziarvi dandovi dei like. Oppure potreste trovare le fondamenta di una struttura che un altro giocatore ha piazzato, dandovi la possibilità di contribuire con dei materiali per finirne la costruzione per tutti. Chiaramente, giocando offline si viene a perdere di questa possibilità, ma onestamente si perde davvero tanto il fascino e il senso di “un mondo alla rovina che piano piano viene ricostruito dalla comunità” che il gioco vuole trasmettere. Per fare un esempio, ricostruire le strade è una operazione veramente lunga che richiede uno sproposito di materiali, cosa che richiederebbe ore di farming per ottenerle. Ma se tale strada è condivisa tra molti più utenti, ecco che basta un piccolo contributo da ognuno per soddisfare la richiesta e avere finalmente un modo per fare le proprie consegne in maniera più affidabile, veloce e soprattutto sicura! Volendo, si può anche delegare altre persone a fare certe consegne secondarie se proprio non si vuole. Ma attenzione, non è un gioco co-op nel senso stretto del termine. Nella propria partita, infatti, non si vedrà mai né si interagirà mai con gli altri Sam, ma solo con i loro contributi. Non esiste la possibilità, come in Dark Soul o Elden Ring, di invadere i mondi altrui!

Abbiamo parlato di like in precedenza, i quali non sono esattamente estetici o messi lì tanto per. In questo mondo dove l’economia è praticamente distrutta, i corrieri non vengono pagati in pecunia, ma in like. Per quanto possa sembrare uno sfregio inaccettabile da qualunque sindacalista, in realtà i like hanno un loro ruolo ben preciso: più like si ricevono da una struttura, più ricompense si ottengono, come nuovi progetti, più servizi offerti al suo interno (come poter ricaricare le batterie dei propri mezzi), più spazio per i materiali con cui poi stampare armi, equipaggiamento, veicoli e munizioni. Questi like non solo si ottengono completando le missioni appropriate, ma anche trovando pacchi in giro perduti e riportandoli al proprietario.
Con la pioggia o con il sole…
Kojima ha già dimostrato di saper sfruttare a dovere il Decima Engine dei Guerrilla Games, e Death Stranding 2 conferma questo trend: il gioco è infatti tecnicamente un gioiello. In un periodo in cui il mondo dei videogame è infestato da prodotti la cui ottimizzazione è una parola sconosciuta e girano maluccio persino su hardware aggiornato, fortunatamente Death Stranding 2 non appartiene a questa categoria, tutto l’opposto. Siamo infatti riusciti a godercelo perfettamente, senza mai incontrare un problema tecnico che fosse uno, mai un tearing, mai uno scatto, mai un freeze. Vero è che la macchina su cui l’abbiamo testato, un AMD Ryzen 7 7700 8-core, con 32 GB di RAM e una Nvidia RTX 5070Ti, debole non è, ciononostante con questa configurazione, tutte le impostazioni grafiche al massimo, e con DLSS attivo, alla risoluzione di 1080p riuscivamo infatti a spingere il gioco a… oltre 300fps, a volte addirittura 400, valori che superavano di gran lunga il refresh rate di 240Hz del monitor del sottoscritto. Per di più, il gioco pre-carica la vostra partita già durante l’avvio del gioco, permettendo di ricaricare il vostro ultimo salvataggio in instanti.

Nulla da ridire nemmeno sui comandi. Anche se è un titolo console, e dunque progettato attorno all’uso del controller, l’accoppiata mouse e tastiera è stata implementata bene, e ogni comando è personalizzabile. È pure persino stabilire se la mira, la camminata, la corsa e altre azioni del genere sono di tipo toggle o hold, un tocco di classe che vorremmo vedere su più titoli. Non solo, ma poiché alla tastiera manca la sensibilità della levetta analogica del movimento (più si preme a fondo la levetta, più il personaggio si muove velocemente, e come avrete capito in questo gioco camminare o muoversi a velocità normale può fare la differenza tra vita e morte), si è pensato di ricorrere al classico trio di tasti (W per muoversi in avanti a velocità normale, un tasto per la corsa, un tasto per la camminata), tuttavia, è possibile stabilire quanto “veloce” è la camminata. Forse sarebbe stato più interessante una soluzione alla Splinter Cell, dove con la rotella del mouse era possibile gestire con grande precisione l’andamento di Sam (Fisher, in questo caso), ma va bene anche così.

Per quanto riguarda invece la durata, essa può variare sensibilmente a seconda dei vostri obiettivi. Mirando esclusivamente ad arrivare ai titoli di coda, il gioco è comunque in grado di offrire circa 25-30 ore di gioco. Ma se doveste finire risucchiati dal gioco, e vi sentite in dovere di vedere tutto, consegnare tutto, partecipare attivamente a ogni attività di ricostruzione, in questo caso arrivare alle 100 ore o più non è una cosa impensabile. Ricordatevi poi che Kojima adora cutscene, dialoghi prolissi e qualsiasi altro mezzo possa usare per immergere quanto più il giocatore nel gioco stesso che non nel gameplay. Se dobbiamo essere sinceri, una cosa che non c’è piaciuta più di tanto è la quantità spropositata di menu e sottomenu che possiede il gioco. Fortunatamente essi vengono presentati uno ad uno da un lungo tutorial, ma qualche ora per prenderci confidenza comunque ci vuole. Potevano essere snelliti ed essere presentati un po’ meglio? Crediamo di sì. Ma di certo è una cosa che non influisce troppo negativamente.
Conclusioni
Death Stranding 2
Death Stranding 2 è un meritevole “more of the same”, il quale, rispetto al primo capitolo, sacrifica il senso di scoperta e di curiosità della storia del mondo di gioco per un gameplay più vario e accattivante, portando avanti al tempo stesso le vicende di Sam e Lou. Chiaramente, trattandosi di un gioco fatto da Kojima, aspettatevi tante cutscene, dialoghi e tempi morti. Forse in certi casi un po’ troppi, ma rimane comunque un gioco che richiede tanto del vostro tempo libero, anche solo per riprendere in mano le meccaniche. Imperdibile per chi ha amato il predecessore, tuttavia potrebbe risultare deludente per chi si aspetta una storia robusta e avvincente. Per i curiosi che si avvicinano a questa saga la prima volta invece consigliamo caldamente di giocare al primo capitolo.
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